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giovedì 19 marzo 2015

DOCUMENTARIO SVELA: PERICOLO NEI CIBI "INDUSTRIALI" CI E' VOLUTAMENTE NASCOSTO


Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè" di Enrico Caldari.

Potremmo sperare che, nonostante tutto, quello che mangiamo sia nutriente e sano... Un documentario dal titolo Food Inc. ci svela in realtà come l’industria dell’alimentazione sia drasticamente cambiata negli ultimi cinquant’anni, mostrandoci senza troppi veli alcuni dei metodi di coltivazione e di allevamento che poco rispettano i ritmi naturali delle piante o le esigenze degli animali.

Pensateci bene: ormai al supermercato le stagioni non esistono più ed è possibile trovare ampia scelta tutto l’anno e magari acquistare frutta e ortaggi che arrivano da paesi lontani. I pomodori che dall’Europa giungono in America, ad esempio, vengono raccolti ancora acerbi dall’altra parte del globo e fatti maturare con l’etilene durante il trasporto. Hanno l’aspetto del pomodoro, ma ne sono solo l’apparenza. Ne rappresentano l’idea.

Ecco un estratto di ciò che viene raccontato nel documentario:
«È stato calato deliberatamente un sipario tra noi e il luogo di provenienza del cibo. Le industrie non vogliono che si sappia la verità. Se il consumatore la conoscesse, non comprerebbe. Seguendo a ritroso la filiera produttiva di queste fette di carne, non troveremmo di certo una fattoria, ma una fabbrica. La realtà è ben diversa da ciò che si crede. La carne viene lavorata da grandi multinazionali che hanno poco a che fare con tenute agricole e allevatori. Oggi il cibo proviene da lunghe catene di montaggio. Gli animali e i lavoratori vengono maltrattati e sfruttati. Gli alimenti sono diventati pericolosi, e ciò ci viene intenzionalmente nascosto.

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Esiste un ristretto gruppo di multinazionali che controlla l’intera produzione alimentare dal seme al supermercato e che sta assumendo un crescente potere. Non è solo una questione di cibo, sono a rischio anche la libertà di espressione e il diritto all’informazione. Non è solo la nostra salute a essere in pericolo. Le multinazionali non vogliono che gli allevatori parlino e che queste cose si sappiano.»

Il documentario accompagna queste parole mostrando alcune immagini di «moderne» stie, dove polli e galline vivono ammassati in gabbia, con uno spazio vitale esiguo, costretti a produrre uova come se fossero operai in una catena di montaggio. E ancora più macabre sono le immagini di un’industria di carne, dove cadaveri di mucche scorrono su un lungo nastro che trasformerà l’animale morto in una bistecca confezionata e pronta da vendere al supermercato.

Food Inc. è riuscito a portarci filmati inediti e addirittura proibiti dalla legge statunitense. Uno dei giornalisti che ha contribuito alla produzione del documentario, infatti, ci fa sapere che negli Stati Uniti, attraverso un’azione di lobbying da parte delle più grandi aziende della filiera alimentare, si è riuscito a far vietare ai media, alla stampa e a chiunque produca informazione la pubblicazione di foto e di filmati che mostrino come avviene la produzione di cibo.

Perché secondo voi? Perché se sapessimo davvero come gli animali e le piante vengono trattati e quali processi di lavorazione e conservazione ci sono dietro a ogni alimento che arriva sulle nostre tavole, probabilmente smetteremmo di recarci nei grandi supermercati e torneremmo tutti a mangiare naturale. Capiremmo che per l’industria alimentare anche noi siamo come quei polli in gabbia: siamo soggetti sfruttati per produrre profitto. La pubblicità ci mostra spesso immagini ingannevoli illudendoci di venderci prodotti sani, ma che di naturale hanno ormai ben poco. Ma noi non lo sappiamo, perché tra chi produce e chi acquista c’è una distanza. «Divide et impera».

Pensiamo, ad esempio, alla nostra esperienza di acquisto al supermercato.
Ho la dispensa vuota, devo andare a fare la spesa. Cosa mangio stasera? Stasera... ho voglia di fragole israeliane! Al supermercato sotto casa mia le fragole le trovo tutto l’anno! Poi mi mancano i biscotti per la prima colazione e la carta igienica. Faccio la lista dei tre articoli da comprare e mi reco al supermercato. Entro e ascolto il solito jingle che mi ricorda il nome del supermercato, intervallato dalla musica della radio che ha lo scopo di rilassare e mettere a proprio agio i clienti. Così comincio a distrarmi tra un articolo e l’altro. «Che cos’è quel prodotto colorato laggiù in fondo? Ma guarda! È un nuovo cibo dietetico. Ma sì, lo provo!», e lo infilo nel carrello. Poi riprendo a cercare ciò che mi serve, anche se nel frattempo mi distraggo più e più volte tra i vari scaffali.

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Alla fine arrivo alla cassa con il triplo dei prodotti che avevo scritto sul mio promemoria nel carrello. Mentre aspetto in coda il mio turno (davanti a me c’è una dozzina di persone, ciascuna delle quali pensa ai fatti suoi) scorgo il pacchetto di chewing-gum che mi piacciono tanto, e infilo anche quello nel carrello. Ma mentre sto compiendo questa operazione, il tipo dietro di me mi supera.

Maleducato! Gliene dico quattro su come bisognerebbe comportarsi, e mi impadronisco nuovamente del posto che mi spetta. Finalmente arriva il mio turno. La cassiera passa uno a uno gli articoli del mio carrello senza alzare gli occhi dal nastro scorrevole e dal monitor digitale e mi congeda con un freddo «Arrivederci».

Ora controllo lo scontrino: ero entrato per comprare tre articoli e invece ho speso 47 euro... Ho preso i biscotti, la carta igienica e... mannaggia, mi sono dimenticato le fragole!
Funziona così il marketing. Riesce a distrarci e a dividerci fino al punto da farci comprare quello che vogliono altri. Non sappiamo nulla riguardo alla provenienza dei prodotti, a come vengano allevati gli animali o cresciuti i frutti e gli ortaggi che troviamo sugli scaffali. Non sappiano nulla dei metodi di lavorazione, stoccaggio, distribuzione dei vari alimenti, nulla della provenienza dei cibi, né degli attori della filiera produttiva.

Non sappiamo nulla nemmeno dei nostri simili che, come noi, fanno la spesa nello stesso supermercato. La nostra esperienza di acquisto è quella di una persona che entra in un posto per comprare qualcosa e che ne esce acquistando dell’altro, sentendosi completamente separata da tutti gli altri: prodotti, produttori, clienti, commessi.

Il principio è sempre lo stesso: «Divide et impera». Siamo separati dal capire cosa c’è nel nostro piatto, come ci arriva, se è buono o no. E siamo separati dalle altre persone che hanno le nostre stesse abitudini. E se, invece di insultarci per difendere una posizione in coda alla cassa, cominciassimo a salutarci gli uni gli altri e ad andare al supermercato anche per gli altri? Perché non fare la spesa per due? Ognuno compra ciò che c’è scritto sulla lista della spesa dell’altro. Così eviteremmo di farci sedurre da tutto il resto e comprare cose superflue (o quantomeno sapremmo con chi prendercela riguardo l’acquisto di prodotti inutili...).

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ECCO CHI HA DECISO LA FAME NEL MONDO: CONTROLLA IL NOSTRO CIBO E CI TRATTA COME POLLI D'ALLEVAMENTO

Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè" di Enrico Caldari.

Che ci crediate o meno, il cibo è uno degli strumenti di controllo più potenti del Sistema, a livello economico e politico. C’è quindi qualcuno che ha interesse a decidere «se», «come» e «quanto» cibo farci arrivare.

È attraverso la scarsità di una risorsa che è possibile controllare chi quella risorsa fa fatica a procurarsela. E così il nostro sistema si basa sulla scarsità. Scarsità di denaro, scarsità di cibo. Il controllo della società attraverso la scarsità è un modello socio-economico-politico teorizzato da Henry Kissinger, ex consigliere del Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti (carica che ha ricoperto dal 1969 al 1977) e premio Nobel per la Pace nel 1973 (e bisognerebbe aprire una parentesi sui legami tra le commissioni per i premi Nobel e il Sistema stesso, dato che oltre a Kissinger, anche Obama pare ne abbia vinto uno sempre per la pace...).

Una delle frasi più celebri di Kissinger è: «Control oil, and you control nations».
Controlla il petrolio e controllerai le nazioni.
Vi dice nulla questa frase, alla luce della politica estera adottata dagli Stati Uniti?
Ma c’è una frase meno celebre, ma ancora più scioccante dello stesso Kissinger, che dice: «Control food, and you control the people».
Controlla il cibo, e controllerai le persone.
E come si può controllare il cibo? La risposta è duplice: controllando la terra e controllando i semi. Vediamo come.

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Land Grabbing è il titolo di un libro scritto dal giornalista d’inchiesta Stefano Liberti che espone uno dei fenomeni più recenti della nostra economia: l’accaparramento di terre. Cosa significa accaparrarsi le terre? Vuol dire impossessarsi fisicamente di un’estensione più o meno grande di terreno, al fine di sfruttarlo per la coltivazione. Questo mercato ha cominciato a svilupparsi e crescere in modo impressionante negli ultimi anni, proprio quando il mercato finanziario stava subendo un momento di crisi e aveva bisogno di nuovi business. Il «landgrabbing» sta coinvolgendo molti investitori privati (le banche in primis!) ma anche istituzionali, tra cui addirittura alcuni Stati che hanno insufficienti terre coltivabili all’interno dei propri confini nazionali per garantire approvvigionamento alimentare a tutta la propria popolazione.

Quali terre sono soggette all’accaparramento? Di certo non quelle europee né quelle degli altri paesi già industrializzati. Le terre oggetto di questo fenomeno sono quelle dei paesi del Terzo Mondo, come quelli africani. Lì è pieno di campi da coltivare, magari attualmente occupati da qualche tribù di contadini che non hanno nemmeno un atto di proprietà per rivendicarne il possesso o il diritto a occuparli. E allora per il rappresentante istituzionale di uno stato occidentale che si presenta in giacca e cravatta diventa facile stringere un accordo commerciale con i politici dello stato africano in questione: con cifre irrisorie e in poco tempo ci si accaparra letteralmente l’esclusiva di sfruttamento di un terreno per la durata di decenni.

Volete qualche esempio?
Guardiamo il caso della Daewoo. La Daewoo è una multinazionale coreana impegnata in attività di diverso genere, tra le quali, ad esempio, la produzione di automobili e di navi e la realizzazione di prodotti elettronici e di precisione per l’industria. Nel 2008 l’azienda coreana firmò un accordo con il governo del Madagascar secondo il quale la stessa Daewoo avrebbe acquisito l’esclusiva di sfruttamento di 1,3 milioni di ettari di terra presenti nell’isola africana per i successivi 99 anni. Considerando che in Madagascar il totale delle terre coltivabili ammonta a 2,5 milioni di ettari, significa che la Daewoo si era aggiudicata la gestione di più della metà della terra coltivabile sull’isola!

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E come avrebbe dovuto utilizzare quelle terre, la Daewoo? Secondo l’accordo siglato dalle due parti, quelle terre sarebbero dovute diventare monocolture intensive di cibo e di biocarburante.
«A quale prezzo?», vi chiederete voi ora.

A meno di 3 dollari all’ettaro all’anno. Per un periodo di 99 anni!
E con quali garanzie? Solo una: quella di costruirvi anche delle infrastrutture che contribuissero al progresso tecnologico dell’isola: costruzione di porti, autostrade, impianti di irrigazione, linee elettriche, scuole, ospedali (oltre a quella di fornire chissà quali vantaggi o favori ai politici locali...).
C’è poi un secondo modo per controllare la produzione di cibo.
Infatti, se io non posso acquistare la terra di un contadino, come posso fare per controllarlo ugualmente? Controllo quello che lui coltiva!

Ogni anno il contadino deve piantare le sementi da cui far crescere cereali, verdure e ortaggi. Nell’immaginario comune, quando le sue piante avranno dato i propri frutti, l’agricoltore conserverà alcuni dei semi per poterli ripiantare l’anno successivo.
Ma come funziona oggi il mercato dei semi?
Rispecchia ancora questo schema naturale vecchio di millenni? Non più.
Oggi le aziende produttrici di sementi hanno creato piante in grado di fruttificare una sola volta. Tali piantine daranno sì frutti o verdure buone, ma i cui semi non sono fertili, perciò inutilizzabili ai fini di una nuova semina. L’anno successivo, perciò, il contadino che aveva acquistato quella determinata pianta sarà costretto a ritornare a comprare altre piantine.

E se al posto della piantina il contadino comprasse semi, la situazione sarebbe sempre di dipendenza. Quei semi produrranno per un solo anno, e poi saranno sterili.
Oggi il mercato dei semi a livello mondiale è dominato da tre società, che insieme detengono il 53% del totale del mercato: Monsanto (che da sola detiene circa il 27% del mercato), Dupont e Syngenta (quest’ultima è uno spin-off di Novartis, la multinazionale svizzera produttrice di farmaci...).
Ma da dove nasce tutto questo? Come hanno fatto queste aziende ad affermarsi e a imporre il loro mercato di semi brevettati e sterili?
Nel 1994, durante un incontro del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, su pressione degli Stati Uniti venne fatta approvare una norma per la quale si sarebbero potuti brevettare anche gli organismi viventi. Cosa significa? Significa che, da quella data in poi, le aziende avrebbero potuto creare semi ibridi o geneticamente modificati e poi brevettarli: i loro semi, coperti da brevetto, non si sarebbero più potuti piantare senza l’autorizzazione della stessa azienda proprietaria del seme.

Da quel momento, quindi, i contadini sono stati costretti a comprare annualmente i semi da piantare. Ma c’è di più. Per ogni seme brevettato, le aziende vendono in abbinamento i propri fertilizzanti o pesticidi, senza l’uso dei quali i loro semi difficilmente potranno essere produttivi. Per intenderci, un agricoltore che decide di piantare un seme Monsanto non può usare un fertilizzante Dupont: rischia di uccidere il seme. Dovrà usare il fertilizzante Monsanto, e per farlo deve firmare un contratto assai vincolante, che lo sottopone a diversi controlli e lo obbliga a ricomprare i semi di anno in anno.

L’idea di abbinare i fertilizzanti e i pesticidi ai semi brevettati trae origine dall’azienda Monsanto. Prima degli anni 1970 la multinazionale statunitense faceva tutt’altro che sementi: produceva prodotti chimici, tra cui il famoso Agente Arancio che, durante la guerra in Vietnam, serviva a distruggere tutta la vegetazione dietro la quale i vietcong si mimetizzavano per infliggere dolorose imboscate all’esercito statunitense.
Quando poi la guerra in Vietnam giunse al termine, con la delusione di tutto il popolo statunitense per le grandi energie impiegate e le perdite subite, la Monsanto capì che il mercato bellico si era di molto ridimensionato e dovette cercarsi un altro settore per creare un nuovo business. Lo trovò nel mercato agricolo, dapprima con i fertilizzanti, e successivamente con le sementi ibride e geneticamente modificate.

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AL SUPERMERCATO: PER OGNI CALORIA CHE COMPRIAMO, ECCO QUANTE NE VANNO SPRECATE

Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè" di Enrico Caldari.

Il più grande avanzamento tecnologico dal punto di vista della coltivazione della terra è avvenuto nella seconda metà del secolo scorso ed è stato chiamato «Rivoluzione Verde». Il nome sembrerebbe alludere a una rivoluzione «ecologica». In realtà il termine «verde» è fuorviante.

Con Rivoluzione Verde si intende infatti un approccio innovativo alla produzione agricola che, attraverso l’impiego di varietà vegetali geneticamente selezionate, fertilizzanti, fitofarmaci e altri investimenti di capitale per quanto concerne nuovi mezzi tecnici, ha consentito un incremento significativo delle produzioni agricole in gran parte del mondo nei decenni che vanno dal 1940 al 1970.

Si parla, in sostanza, dell’applicazione dei sistemi industriali più spinti al mondo dell’agricoltura: produzione su larga scala, impiego di tecnologia chimica e macchinari tecnologici... con lo scopo di produrre più cibo. Perché – questo era il pensiero dominante – se la popolazione nel mondo sta aumentando vertiginosamente, c’è bisogno di produrre più cibo per sfamare tutti.

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La Rivoluzione Verde si basa su due capisaldi.
Il primo è il sistema delle monocolture intensive. Ci sono aziende che coltivano una distesa infinita di terreno piantando un unico tipo di seme, in modo da produrre in maniera intensiva un solo tipo di pianta. Per evitare che animali o parassiti possano rovinare il raccolto, ci sono aerei che sorvolano i campi e spargono dall’alto fertilizzanti, concimi, pesticidi e fitofarmaci.

Il secondo caposaldo dell’agricoltura moderna è il sistema dei trasporti: una volta ottimizzata la quantità di cibo prodotta, bisogna permettere che questo determinato cibo, coltivato in una sola parte del mondo, possa essere esportato ovunque, anche dalla parte opposta del globo, per finire in tutti i supermercati: le banane coltivate in Brasile vengono mangiate in Europa, i pomodori coltivati in Spagna vengono esportati in Australia, e così via.

La modalità di coltivazione della Rivoluzione Verde ha effettivamente aumentato la produzione di cibo. Ma a che costi?
Per produrre una caloria alimentare di cui ci cibiamo vengono investite circa 7,3 calorie, che vengono spese nei vari passaggi del sistema produttivo agroalimentare, dal momento della semina fino al trasporto nel punto vendita (fonte: Life Cycle-Based Sustainability Indicators for Assessment of the U.S. Food System, University of Michigan).

Solo il lavoro dell’industria agroalimentare consuma già più calorie di quelle che produce: 1,6 kcal.
Poi vanno aggiunte 2,3 kcal, spese per la preparazione del cibo e la sua conservazione.

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Altra mezza caloria è spesa dal servizio commerciale all’ingrosso e 0,3 calorie sono spese dal punto di rivendita al dettaglio. Inoltre, mezza caloria è spesa per l’imballaggio, 1,2 calorie per la lavorazione e un’altra caloria per il trasporto. Insomma, il nostro sistema è un sistema dispendioso. E non solo. L’utilizzo di prodotti chimici e tecnologie particolari produce anche effetti inquinanti da non sottovalutare. Tant’è che le zone più inquinate del nostro pianeta sono quelle in cui si trovano grandi conglomerati industriali, ma anche quelle in cui si coltiva in modo intensivo. La Pianura Padana ne è un esempio.
Tra gli effetti negativi dell’agricoltura intensiva e dell’annesso sistema di distribuzione non vi è solo l’inquinamento. Vi è anche un calo drammatico della varietà e della qualità del cibo prodotto.

Perché in nome dell’abbondanza, per ottimizzare al massimo la produzione, la monocoltura si concentra ovviamente sulla coltivazione di poche varietà di semi selezionati e geneticamente modificati, al fine di renderli più resistenti ai parassiti e alle intemperie. Non interessa se i frutti e le verdure saranno buoni e salutari. È più importante che siano tanti, e resistenti. La necessità è quella di arrivare sulle tavole di tutti, di vendere il più possibile, e ai costi di produzione più bassi possibili. È una vera e propria industria, quella alimentare.
Questo ha portato a perdere molta della biodiversità che i nostri nonni ci avevano lasciato.

Qualche numero? Dati del 1903 parlano di 3879 varietà di tipologie di ortaggi «censiti». Nel 1983 le varietà erano già scese a 307: un dodicesimo (fonte: National Storage Seed Laboratory). Prendiamo il caso dei cetrioli. Nel 1903 c’erano ben 285 tipi di cetrioli. Nel 1983 il loro numero si era ridotto a sole 16 varietà.
Non conosco i dati aggiornati a oggi, ma possiamo ragionevolmente dedurre che la situazione non è migliorata... Se pensate alle mele ad esempio, al supermercato ormai ne trovate solo 3 tipi (gialle, verdi e rosse).

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RIVELAZIONE SHOCK: QUAL'E' LA SOSTANZA PIU' BENEFICA PER L'UOMO NON VENDUTA IN FARMACIA?

Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè".

Dopo avervi spaventato un po’ su quelli che sono i meccanismi del mercato dei farmaci, voglio mostrarvi anche il rovescio della medaglia e darvi qualche informazione positiva: la natura ha delle ottime soluzioni per prendersi cura della nostra salute. Alcune di esse sono sottovalutate o addirittura ignorate. Ad esempio: lo sapete qual è la sostanza che ha più effetti benefici per l’uomo e che può essere impiegata in molteplici situazioni?
Vi do qualche indizio: è naturale, è economica, non è venduta in farmacia né monopolizzata dalle multinazionali e può essere usata come: digestivo, antiacido, basificante, emolliente per bagni e pediluvi, decongestionante per le vie respiratorie, antiprurito, anti-irritazione per le punture di insetti... e alcune ricerche confermano che ha una potente azione antitumorale. Qual è la sostanza?
Ha le sembianze di una polvere bianca e leggera, ma non è uno stupefacente da inalare per naso. È una sostanza che molti di voi conservano in cucina: il bicarbonato di sodio.

Il bicarbonato è un basificante naturale. Gli egizi lo conoscevano bene, e lo usavano addirittura nel processo di mummificazione, per conservare il corpo dei defunti. Il bicarbonato ha moltissimi utilizzi nel campo del benessere, ma perché nessuno ve lo spiega?
Semplice: costa 50 centesimi al chilo, e non è brevettabile. Che guadagno ci sarebbe?
A proposito degli utilizzi del bicarbonato, è stato pubblicato un articolo nel 2010 sul quotidiano La Repubblica dal titolo «Una molecola disorienta il cancro». Nell’articolo si parla di terapie basate sugli antiacidi, in quanto la basicità cellulare è uno degli aspetti più importanti per permettere all’organismo di autorigenerarsi e detossinarsi, mentre l’acidità è il primo nemico delle cellule e una delle concause più importanti di tumore.

Nell’articolo in questione si legge:
«Sul fronte della ricerca farmacologica dell’Istituto Superiore di Sanità arriva una notizia. I farmaci antiacidità e persino il bicarbonato potrebbero sostituire la chemioterapia
Incredibile! A confermare la ricerca c’è la testimonianza del dottor Stefano Fais, direttore del reparto farmaci antitumorali del Dipartimento del farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità, che viene citato da La Repubblica. In particolare, nell’articolo si legge una dichiarazione del medico ricercatore che dice:
«Questi farmaci, a differenza dei chemioterapici, non hanno effetti collaterali e hanno costi molto, molto bassi. Basti pensare che i farmaci usati con la target therapy [la terapia standard, N.d.A.], che provocano tossicità e resistenza nel paziente, costano 50-60000 euro l’anno a malato. Con questa terapia invece il costo annuale sarebbe di circa 600 euro con il generico, e di 1200 con quelli di marca
E usare il bicarbonato quanto costerebbe ? Forse 20 euro all’anno? E senza effetti collaterali.


Sempre il dottor Fais conclude però:
«Le industrie farmaceutiche al momento non sono interessate a questo tipo di approccio
Certo che no! Che ricavi potrebbero avere dal somministrare bicarbonato ai pazienti?
Sapete quanto vale un paziente oncologico ospedalizzato? Non si tratta solo dell’esorbitante costo dei chemioterapici, ma anche di tutto il personale medico che lo segue, del suo letto in ospedale, del trasporto in ambulanza, dei soldi spesi dalle famiglie... insomma, c’è tanto PIL da generare. E sapete quanto? Ve lo dico io: le stime parlano di 200000 euro all’anno. E considerate che in Italia, ogni anno, ci sono quasi 300000 nuovi casi di pazienti oncologici. Moltiplicate 200000 euro per 300000 pazienti, e arriverete alla cifra di circa 60 miliardi di euro di PIL generati dalle malattie oncologiche. Vi pare quindi che ci sia davvero interesse a trovare una cura veloce contro il cancro da parte delle lobby del settore? Forse non tanto...

Ed è anche quello che sostengono due giornalisti d’inchiesta, Robert Houston e Gary Null, che già nel lontano 1980 pubblicarono una ricerca riguardante il settore della ricerca oncologica per la cura del cancro. All’epoca scrivevano:
«Una soluzione al cancro azzererebbe i fondi destinati alle associazioni non profit per la ricerca sul cancro, minaccerebbe le istituzioni cliniche, renderebbe obsolete chirurgia, radiologia e terapie chemioterapiche, nelle quali così tanto denaro, training e apparecchiature sono stati investiti. Tale paura [cioè, che qualcuno trovi una cura per il cancro alternativa a basso costo, N.d.A.] può causare resistenze e ostilità ad approcci alternativi, proporzionalmente al fatto che essi sembrino promettenti

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I due giornalisti concludevano il loro report così:
«La nuova terapia deve essere ridicolizzata, negata, scoraggiata e non riconosciuta, a tutti i costi, indipendentemente dai risultati dei test, preferibilmente senza neanche un test
Per non rimanere intrappolati nella morsa consumistica che ci ha creato intorno l'industria della salute, interessata a fini di profitto a renderci "dipendenti" da farmaci e fedeli "consumatori"degli stessi, l'alternativa è prima di tutto prevenire e in seconda battuta sfruttare le naturali capacità di auto-guarigione del corpo. Esse necessitano spesso solo dei giusti stimoli, delle giuste frequenze e delle giuste informazioni per rimettersi in moto.

Questo è esattamente il principio su cui si basa l'RQI (acronimo di "Riequilibrio Quantico Integrato"), una metodologia semplice e alla portata di tutti, facile da imparare e applicare nella propria vita. E non solo per persone comuni, ma anche per medici e terapeuti che lo stanno integrando nelle loro pratiche.

Ideato dal geniale e dibattuto ricercatore veneto Marco Fincati, l'RQI permette prima di tutto di individuare le vere cause di qualsiasi problema di salute (che per ognuno di noi possono essere diverse) e poi le migliori soluzioni per risolverli, prediligendo tecniche non invasive e prive di effetti collaterali.

Per scoprire di cosa si tratta è possibile richiedere i video gratuiti lasciando la tua email nel form qui sotto.

mercoledì 18 marzo 2015

GENNARO BACCILE DI SOS UTENTI INTERVISTA ENRICO CALDARI E MARCO FINCATI DI Q INSTITUTE

http://www.sosutenti.net/node/400
In diretta streaming dalla Sede dell'Associazione SOS UTENTI (Ortona) e dalla sede Q Institute (San Marino) si è tenuta ieri sera una intervista di presentazione del libro di Enrico Caldari "Liberi dal Sistema", moderata dal Presidente dell'Associazione, Gennaro Baccile. Volto noto in TV per l'impegno nella lotta ai soprusi del sistema bancario, spesso intervistato da Striscia la Notizia e Le Iene, Baccile è tra i massimi esperti italiani di diritto bancario e sistemi monetari, temi trattati anche nel libro che è stato presentato.

http://www.sosutenti.net/node/400
SOS UTENTI – Associazione nazionale in difesa dei consumatori, si è  inoltre distinta per la sua capacità di affrontare e contrastare il Sistema nelle sue derive più preoccupanti, offrendo supporto concreto alle persone comuni, impegnandosi su tematiche quali la tutela dei consumatori dall’usura bancaria e dai rischi dell’elettrosmog, oltre a nuove tematiche quali la “Sovranità individuale”.

Nell'intervista Baccile ha dimostrato grande apprezzamento per il lavoro di Enrico Caldari e di Q Institute, permettendo all'autore di spiegare i contenuti e le motivazioni del libro, nonostante qualche piccolo problema allo streaming che non ha compromesso comunque lo svolgersi dell'intervista.

http://www.sosutenti.net/node/400
Al termine della diretta è intervenuto anche Marco Fincati, co-fondatore di Q Institute e ideatore del Metodo RQI, autore del libro RQI - Il Segreto dell'Auto-Star-Bene, anch'esso edito da Q Institute.

http://www.sosutenti.net/node/400Va ricordato inoltre che le attività di Q Institute, in particolare Corsi in aula e online inerenti il percorso Q Life - Liberi dal Sistema e il Metodo RQI, fruibili da casa o in aula, sono tutti coperti dalla garanzia "100% soddisfatti o rimborsati” e sono stati approvati da SOS UTENTI, nell’ambito di una collaborazione volta a offrire i migliori servizi e garanzie agli utenti.

La registrazione integrale della diretta dell'intervista, divisa in due parti, è disponibile sul sito dell'Associazione a questo link:
http://www.sosutenti.net/node/400



http://www.liberidalsistema.com/


Il libro "Liberi dal Sistema" è invece disponibile in formato cartaceo e ebook su:
www.liberidalsistema.com

http://www.liberidalsistema.com/libro/index.html

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giovedì 5 marzo 2015

TI VERGOGNI DI BALLARE? SEI AFFETTO DA FOBIA SOCIALE!

Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè".

 Immaginate di entrare nella mente del direttore marketing di una grande azienda farmaceutica. Ecco ora qualche suo probabile pensiero:
«Devo anche assicurarmi che ogni anno il fatturato della mia azienda sia in crescita. Sono pressato dagli azionisti, che mi chiedono di espandere il mio mercato. Come posso fare? Beh, se i miei prodotti servono a curare malattie... potremmo inventare qualche nuova malattia

«Abbiamo ampliato alla grande il mercato dei farmaci per le persone anziane abbassando le soglie di guardia per Ipertensione e Colesterolo. E con i soggetti più giovani, come facciamo? Ci vuole un’altra idea. I soggetti giovani sono generalmente attivi, hanno una vita lavorativa impegnata, e ogni giorno devono relazionarsi con tante altre persone. Anche se hanno un fisico forte e sano, magari potrebbero avvertire più di altri qualche disturbo di tipo psicologico, dovuto allo stress con il capo, con i colleghi o nella vita di coppia. Dobbiamo convincerli che anche questo tipo di disturbi va curato con i farmaci, e in tal modo aprire un nuovo mercato!»

Negli Stati Uniti un nuovo disturbo è stato isolato e denominato social anxiety disorderfobia sociale», «sociofobia» o «disturbo da ansia sociale»). Esso viene definito da Wikipedia come:

«La paura intensa e pervasiva di trovarsi in una particolare situazione sociale, o di eseguire un tipo di prestazione, che non siano, a chi ne è affetto, familiari, e da cui possa derivare la possibilità di subire un giudizio altrui.»

Ipotizziamo che io vada in discoteca con la mia ragazza, che lei sia una bravissima ballerina, e che mi dica: «Dai, balliamo!». Ma io mi vergogno, mi vergogno del giudizio degli altri. Io non so ballare, sono timido e non ho mai ballato. Forse anch’io soffro di fobia sociale?
Perché secondo questa definizione io sono malato! Leggiamo ancora Wikipedia e la descrizione approfondita del disturbo:
«Si tratta di un particolare stato ansioso nel quale il contatto con gli altri è segnato dalla paura di essere malgiudicati e dalla paura di comportarsi in maniera imbarazzante e umiliante. Le persone affette da questa fobia evitano situazioni spiacevoli, o se sono costrette ad affrontarle sono molto a disagio con loro stesse.»

Sì, ora ne ho la conferma: io mi vergogno a ballare e mi vergogno delle persone che mi guardano! Sono malato! Non mi fate ballare, datemi un farmaco, per piacere!
Sfido chiunque di voi che abbia a che fare con un adolescente a dirmi se quell’adolescente, almeno qualche volta, non abbia provato queste sensazioni. Quindi, tutti sarebbero affetti da fobia sociale, secondo questa definizione.

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Negli Stati Uniti girava anche uno spot pubblicitario televisivo che promuoveva un farmaco commercializzato da una multinazionale per la cura della fobia sociale. In questo spot venivano mostrate diverse situazioni di persone a disagio: chi soffriva di ansia al lavoro, chi faceva fatica a relazionarsi agli altri, e così via. Poi una voce fuori campo chiedeva: «Ti è mai capitato di provare preoccupazione, insonnia, affaticamento? Potresti essere affetto da disturbo da ansia sociale! C’è un farmaco, chiedilo al tuo medico». E subito dopo una postilla avvisava: «Vi ricordiamo che gli effetti collaterali sono insonnia, inappetenza, diarrea...». Però alla fine ritrovate il vostro piacere di vivere! Evvai!


Il direttore di produzione di quel farmaco, riscontrando il successo del suo nuovo prodotto sul mercato statunitense, affermava soddisfatto: «Il sogno di chiunque venda e promuova prodotti è scoprire un mercato sconosciuto e indefinito da sviluppare. Questo è ciò che siamo riusciti a fare con il disturbo da ansia sociale».

Questa dichiarazione è uscita su alcuni giornali proprio nei giorni in cui la sua società promuoveva il farmaco utilizzando le foto degli attacchi alle Torri Gemelle: «Il terrorismo ti spaventa? Compra la mia pillola!». Davvero sfacciati...
Per non rimanere intrappolati nella morsa consumistica che ci ha creato intorno l'industria della salute, interessata a fini di profitto a renderci "dipendenti" da farmaci e fedeli "consumatori"degli stessi, l'alternativa è prima di tutto prevenire.

E in seconda battuta sfruttare le naturali capacità di auto-guarigione del corpo. Esse necessitano spesso solo dei giusti stimoli, delle giuste frequenze e delle giuste informazioni per rimettersi in moto.

Questo è esattamente il principio su cui si basa l'RQI (acronimo di "Riequilibrio Quantico Integrato"), una metodologia semplice e alla portata di tutti, facile da imparare e applicare nella propria vita. E non solo per persone comuni, ma anche per medici e terapeuti che lo stanno integrando nelle loro pratiche.

Ideato dal geniale ricercatore veneto Marco Fincati, l'RQI permette prima di tutto di individuare le vere cause di qualsiasi problema di salute (che per ognuno di noi possono essere diverse) e poi le migliori soluzioni per risolverli, prediligendo tecniche non invasive e prive di effetti collaterali.

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IPERTENSIONE E COLESTEROLO: MALATTIE SFRUTTATE PER CREARE MALATI

Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè".

Come funziona il mercato dell’industria farmaceutica? Funziona esattamente come tutti gli altri mercati. C’è un rappresentante con la sua valigetta e il suo campionario di farmaci da proporre, che fa visita ai diversi studi medici, con l’obiettivo di motivare gli stessi medici alla prescrizione dei suoi prodotti.

Come fa a essere abbastanza convincente? Beh, magari oltre a dare informazioni sugli effetti benefici dei farmaci dell’azienda che rappresenta (si chiamano infatti «informatori scientifici», non certo «venditori») offre al medico in questione qualche benefit: un regalino, un viaggio, una conferenza ai Caraibi, una crociera... magari con l’amante, perché no?

Qualcuno ha indagato sulla questione dei «regali» ai medici. Lo ha fatto il Wall Street Journal, che nel 2010 pubblicò un’inchiesta in cui raccontava di casi eclatanti di tentata corruzione di medici in diversi paesi (Cina, Brasile, Germania... un po’ ovunque, per il mondo, e ovviamente anche in Italia) da parte di grandi aziende del settore: Glaxo-Smith Kline, AstraZeneca, Merck… Cosa facevano queste aziende? Semplice: «regali» per convincere i medici a prescrivere e proporre i loro prodotti.



Ora immaginate di entrare nella mente del direttore marketing di una grande azienda farmaceutica. Ecco ora qualche suo probabile pensiero:
«Non mi basta corrompere i medici affinché vendano i miei prodotti. Devo anche assicurarmi che ogni anno il fatturato della mia azienda sia in crescita. Sono pressato dagli azionisti, che mi chiedono di espandere il mio mercato. Come posso fare? Beh, se i miei prodotti servono a curare malattie... potremmo inventare qualche nuova malattia

«Certo, non possiamo mettere in giro apposta dei virus per infettare il mondo (quella è un’idea che ci teniamo buona per l’anno prossimo...), però possiamo convincere delle persone che oggi sono sane che potrebbero essere malate. Facendo un po’ di lobbying sull’Associazione dei Medici, potremmo far cambiare i parametri con cui vengono definite le malattie. Ad esempio, se oggi con un valore inferiore, poniamo, a 100 di un determinato parametro nel proprio corpo una persona è ancora ritenuta in buona salute, si potrebbe chiedere all’Associazione dei Medici di abbassare quel valore, in modo tale che il valore limite di quel parametro sia 80. In tal modo, abbiamo fatto «ammalare» tutti coloro che hanno un parametro compreso tra 80 e 100: prima erano ritenuti sani, ma ora sono già oltre il valore di soglia, e quindi è bene che si curino con i nostri farmaci!»

Volete un paio di esempi? Primo esempio: l’ipertensione arteriosa. La pressione alta è uno dei problemi più comuni nelle persone di una certa età. Fino al 2003 i parametri di valutazione dell’ipertensione erano tali per cui una persona veniva ritenuta «a rischio» se i suoi valori erano superiori a 140 mmHg di sistolica e 90 mmHg di diastolica. Cosa hanno fatto quindi? Case farmaceutiche e associazioni mediche si sono inventate un’altra «fascia di rischio» e l’hanno chiamata «pre-ipertensione». L’hanno inserita nelle valutazioni di tutte le cartelle cliniche con valori superiori a 120 mmHg per la sistolica e a 80 mmHg per la diastolica. Così, da quel momento in poi, tutti coloro che rientravano nella fascia di «pre-ipertensione» e che fino a un momento prima erano ritenuti essere soggetti sani hanno cominciato a essere messi in preallarme: «Attenzione, sei in fascia di rischio! Hai anche una certa età, hai già un piede nella fossa... meglio che corri ai ripari subito e cominci a curarti come si deve!».

Geniale! Con questo accorgimento, sono riusciti ad aumentare il mercato in modo impressionante, tanto che oggi si contano 15 milioni di persone pre-ipertese in Italia e 45 milioni di persone pre-ipertese negli Stati Uniti.

Ma voi, che siete sempre immedesimati nel direttore marketing di una multinazionale farmaceutica, sapete bene che non vi basta la sola «pre-ipertensione» per aumentare il vostro fatturato. E allora dovete inventarvi qualcos’altro. «Facciamo la stessa cosa su un’altra patologia molto diffusa: il colesterolo. Il target è sempre quello delle persone anziane, con un piede nella fossa, che hanno una gran paura di morire e che crederebbero a tutto pur di allungarsi di qualche anno la vita».

Ebbene, fino al 2001 era consigliato andare dal medico se si aveva nel sangue un valore di colesterolo superiore a 280 mg per decilitro di sangue. Con tale parametro, negli Stati Uniti si contavano 13 milioni di persone alle quali veniva consigliato di assumere le statine (farmaci anticolesterolo).
Dal 2001 la soglia è stata abbassata a un valore di 240 mg/dl. E nel 2004 il parametro è stato rivisto e abbassato ulteriormente fino al valore di 200 mg/dl. Così, i soggetti a rischio di infarto a causa del colesterolo alto sono diventati ben 40 milioni: tre volte quelli di tre anni prima. In Italia, i parametri sono gli stessi e vengono dettati dallo stesso istituto che li impone negli Stati Uniti.

Per non rimanere intrappolati nella morsa consumistica che ci ha creato intorno l'industria della salute, interessata a fini di profitto a renderci "dipendenti" da farmaci e fedeli "consumatori"degli stessi, l'alternativa è prima di tutto prevenire (ad esempio attraverso una corretta alimentazione).
E in seconda battuta sfruttare le naturali capacità di auto-guarigione del corpo. Esse necessitano spesso solo dei giusti stimoli, delle giuste frequenze e delle giuste informazioni per rimettersi in moto.

http://www.metodorqi.com/libro.html


Questo è esattamente il principio su cui si basa l'RQI (acronimo di "Riequilibrio Quantico Integrato"), una metodologia semplice e alla portata di tutti, facile da imparare e applicare nella propria vita. E non solo per persone comuni, ma anche per medici e terapeuti che lo stanno integrando nelle loro pratiche.

Ideato dal geniale ricercatore veneto Marco Fincati, l'RQI permette prima di tutto di individuare le vere cause di qualsiasi problema di salute (che per ognuno di noi possono essere diverse) e poi le migliori soluzioni per risolverli, prediligendo tecniche non invasive e prive di effetti collaterali.

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IL PENSIERO PUO' FARCI AMMALARE E ANCHE GUARIRE… PIU' DEI FARMACI!

Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè".

 Che la suggestione e quindi anche il pensiero, inteso come atteggiamento mentale nei confronti della malattia e della guarigione, siano determinanti per la nostra salute, lo dice anche un illustre professore, il dottor Enzo Soresi.

Il dottor Soresi è un pluripremiato medico chirurgo, specializzato in malattie polmonari e oncologia clinica, che ha pubblicato oltre 150 lavori scientifici su riviste nazionali e internazionali. Nel 2005 ha scritto un libro intitolato Il cervello anarchico, nel quale sostiene che la nostra mente ha più potere di quanto pensiamo nel farci ammalare o guarire. Più che le cause esterne, sostiene Soresi, è il nostro pensiero, è qualcosa dentro di noi, che può fare davvero la differenza tra lo stare bene e il non stare bene. Il pensiero focalizzato negativo produce una patologia fisica. Il pensiero focalizzato positivo produce benessere fisico.

Ci sono infatti tanti istituti di ricerca che portano avanti studi sugli effetti psicosomatici degli stati d’animo negativi. Studiano gli effetti negativi del pensiero.
E riguardo agli effetti positivi del pensiero e al cosiddetto "effetto placebo"? Lo stesso Soresi in un’intervista a Il Giornale ha confermato: «L’effetto placebo arriva a rispondere fino al 60% nel far scomparire un sintomo».

Ma perché allora non studiare seriamente anche gli effetti positivi del pensiero, al posto di quelli dei farmaci? È lo stesso Soresi a chiarircelo: «Noi medici non possiamo sfruttarlo [l’effetto placebo, N.d.A.], altrimenti diventerebbe un inganno».
Non credevo ai miei occhi quando lessi questa sua dichiarazione e mi interrogai profondamente sul significato di questa frase. Egli di fatto chiarisce l’effetto di anni e anni di «programmazione culturale» svolta dal Sistema sui medici. E chiarisce la realtà sul nostro Sistema sanitario basato sulla somministrazione di farmaci. Secondo Soresi ogni qualvolta si ottiene un risultato positivo con l’effetto placebo (cioè, «suggestionando» un paziente in modo che focalizzi la propria «attenzione» e la propria «intenzione» sulla guarigione, anziché sulla malattia) e non con un farmaco o con una terapia medica, il Sistema «diventerebbe un inganno». Forse perché il Sistema è in molti casi un inganno. E l’effetto placebo lo dimostra platealmente, ogni giorno.

Ricordiamo infatti che chi produce farmaci non deve dimostrare che un nuovo farmaco debba funzionare meglio di uno già esistente. Gli basta dimostrare che funzioni meglio di... niente! Cioè meglio di una pillola vuota (un "placebo").

Insomma: dare «niente» a qualcuno, dicendogli che gli si sta dando un farmaco che funziona per risolvere la sua problematica, è l’unico paragone di controllo che viene fatto per monitorare i nuovi farmaci che vengono messi in commercio.

E seppure nel breve termine sembri il contrario, nel medio-lungo termine prendere «niente» può essere anche meglio di prendere un farmaco. Se diamo «niente» (una pillola "placebo") a persone affette da particolari disturbi psichici (come ansia, attacchi di panico, fobia sociale), dopo un anno sembra più probabile che stiano meglio a livello psichico rispetto alle persone che avevano assunto un farmaco (e qui bisognerebbe aprire un altro capitolo e considerare gli eventuali effetti collaterali fisici del farmaco, ma mi fermo qui...).

Quindi, tutti noi viviamo in un mondo in cui il sistema farmaceutico studia nuovi farmaci e li verifica paragonandoli alla somministrazione di «niente», e arriva ogni volta alla conclusione che gli effetti prodotti da «niente» (placebo) sono spesso simili (a volte addirittura migliori) di quelli di un farmaco.
E allora, se anche l’effetto placebo aiuta a guarire (e con risultati che a volte non si discostano così tanto da quelli delle varie pillole o terapie), perché nessun ricercatore lo studia nel dettaglio?
Forse perché l’effetto placebo non si può vendere in farmacia (tantomeno a prezzi esorbitanti…): quindi non è vantaggioso per chi ha fatto della vendita di farmaci il proprio business!

Ma il ragionamento non si dovrebbe fermare qui… Immaginate di aver dato non solo al gruppo di controllo, ma anche all'altro gruppo delle pillole vuote (effetto placebo) come prima "cura". Cosa sarebbe successo? Certamente i risultati di guarigione in entrambi i gruppi sarebbero stati molto simili… A quel punto solo ai "non guariti" si sarebbe potuto somministrare il farmaco e scoprire quindi che solo su questi ultimi esso avrebbe avuto efficacia. Tutti gli altri sarebbero guariti comunque anche con un placebo.

http://www.metodorqi.com/libro.html


Questo quadro ci dice quindi che i dati ufficiali sfruttano indebitamente l'effetto placebo per farci sembrare il farmaco più potente di quello che in realtà sia… ma in realtà l'effetto placebo può essere più efficace del farmaco! Tutto il Sistema, a partire dalle modalità di test dei farmaci, sembrerebbe studiato apposta per farci credere il contrario… Davvero diabolico!

A questo punto mi chiedo: non avrebbe più senso promuovere una ricerca sui benefici terapeutici dell’effetto placebo (cioè del potere della mente opportunamente "suggestionata"), piuttosto che su quelli dei farmaci? Cosa ha più effetti collaterali, secondo voi: l’effetto placebo (cioè una opportuna "suggestione" della mente) o un qualsiasi farmaco sul mercato?

Per fortuna qualcuno che studia gli effetti positivi del pensiero, della suggestione, dell'inconscio e del lavoro «interiore» sulla salute esiste già. Uno di questi è il Q Institute, l’istituto che ho fondato a San Marino insieme a Marco Fincati, il cui motto è «Cambiare il mondo, partendo da Sé» e il cui scopo è proprio quello di diffondere conoscenze e tecniche per stare bene e rendersi indipendenti e felici, senza dipendere da altri (e tantomeno dai farmaci): la tecnica più potente tra quelle divulgate dal Q Institute si chiama  RQI (Riequilibrio Quantico Integrato).
L'RQI, attraverso raffinate metodologie di interrogazione dell'Inconscio (nel quale sono raccolte miliardi di informazioni che guidano il nostro corpo in oltre 40.000 operazioni al secondo, e quindi gestisce oltre il 95% della  nostra vita), permette di individuare di quali stimoli l'Inconscio necessita per attivare le proprie naturali capacità di auto-guarigione.

Come nel caso dell'effetto placebo è sempre il nostro Inconscio a decide in cosa "credere" per predisporsi ad auto-guarire e l'RQI permette proprio di capire quale trattamento o informazione serva all'Inconscio, scegliendo prima tra i meno invasivi e privi di effetti collaterali.
Per questo tra le migliaia di persone che lo hanno imparato e lo utilizzano ogni giorno, ci sono anche medici e terapeuti di ogni settore.

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EFFETTO PLACEBO: SENZA DIRCELO E' IL PIU' SFRUTTATO DALL'INDUSTRIA DEL FARMACO

Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sèdi Enrico Caldari.

ESISTONO PROVE SCIENTIFICHE DI AUTO-GUARIGIONE DALLE MALATTIE?
Spesso ci viene posta questa domanda: la risposta è SÌ. Decine di migliaia di test in "doppio cieco" dimostrano che la mente opportunamente suggestionata produce auto-guarigioni: viene chiamato "Effetto Placebo" e viene rilevato quando si testa l'efficacia dei farmaci.

Chi produce farmaci non deve dimostrare che un nuovo farmaco debba funzionare meglio di uno già esistente. Gli basta dimostrare che funzioni meglio di... niente! Cosa significa «meglio di niente»? Letteralmente: meglio di niente, cioè meglio di una pillola "vuota", un "placebo".

Le pillole, oramai, le prendiamo per qualsiasi cosa. Tant’è che anche i disturbi psicologici vengono trattati con i farmaci. Bisognerebbe ora chiedersi: come può un farmaco che agisce a livello chimico risolvere un problema che nella maggior parte dei casi ha origine a livello emotivo?

E allora analizziamo un esempio concreto, e parliamo di uno dei tanti farmaci antipsicotici presenti attualmente sul mercato, di cui non citerò il nome (ma per i più curiosi lo nomino senza censure all’interno del Corso Multimediale «Q-Life, Liberi dal Sistema»).

Questo farmaco è stato testato attraverso una ricerca per dimostrarne l’efficacia terapeutica. Tale ricerca (i cui dati sono pubblicati su Internet da una società di consulenza del mondo farmaceutico) ha evidenziato che: «Ha un’azione bilanciata su ansia, depressione, attacchi di panico e disturbi ossessivo-compulsivi».
Un farmaco risolve tutto questo? Un vero toccasana, sembrerebbe.
Per introdurlo sul mercato, la ricerca si è anche premurata di fornire dei dati oggettivi, espressi in percentuale, sull’efficacia del nuovo farmaco. A un gruppo di persone è stato dato il farmaco, e a un altro gruppo, un gruppo "di controllo", (a loro insaputa e all'insaputa dei medici che somministravano la cura) è stata somministrata una pillola che non conteneva assolutamente niente: un «placebo».

Insomma: dare «niente» a qualcuno, dicendogli che gli si sta dando un farmaco che funziona per risolvere la sua problematica, è l’unico paragone di controllo che viene fatto per monitorare i nuovi farmaci che vengono messi in commercio. E allora mi sono chiesto: che risultati di guarigione si sono ottenuti dalla somministrazione di placebo al gruppo di controllo? I dati sono i seguenti: 14,5% nei casi di fobia sociale (contro il 30,5% col farmaco); 32,6% nei casi di depressione (47,8% col farmaco); 35,4% nei casi di disturbi ossessivo-compulsivi (55,1% col farmaco); 59% nei casi di attacchi di panico (63% col farmaco…). Sembrerebbe che il farmaco ha la meglio sul placebo…

Ma per finire, il dato più interessante: dopo un anno dal trattamento con «niente», ben il 69,6% dei soggetti si ritrova in uno stato di "eutimia" (uno stato d’animo di serenità e neutralità). Erano quasi il 6% in meno (il 63,8%) quelli che stavano bene dopo un anno dall’uso del farmaco.
Cosa significa tutto ciò? Che seppure nel breve termine sembri il contrario, nel medio-lungo termine prendere «niente» può essere anche meglio di prendere un farmaco. Se diamo «niente» (una pillola "placebo") a persone affette da questi disturbi, dopo un anno sembra più probabile che stiano meglio a livello psichico rispetto alle persone che avevano assunto un farmaco (e qui bisognerebbe aprire un altro capitolo e considerare gli eventuali effetti collaterali fisici del farmaco, ma mi fermo qui...).

http://www.metodorqi.com/libro.html


Quindi, tutti noi viviamo in un mondo in cui il sistema farmaceutico studia nuovi farmaci e li verifica paragonandoli alla somministrazione di «niente», e arriva ogni volta alla conclusione che gli effetti prodotti da «niente» (placebo) sono spesso simili (a volte addirittura migliori) di quelli di un farmaco.

E allora, se anche l’effetto placebo aiuta a guarire (e con risultati che a volte non si discostano così tanto da quelli delle varie pillole o terapie), perché nessun ricercatore lo studia nel dettaglio?
Forse perché l’effetto placebo non si può vendere in farmacia (tantomeno a prezzi esorbitanti…): quindi non è vantaggioso per chi ha fatto della vendita di farmaci il proprio business!

Ma il ragionamento non si dovrebbe fermare qui… Immaginate di aver dato non solo al gruppo di controllo, ma anche all'altro gruppo delle pillole vuote (effetto placebo) come prima "cura". Cosa sarebbe successo? Certamente i risultati di guarigione in entrambi i gruppi sarebbero stati molto simili… A quel punto solo ai "non guariti" si sarebbe potuto somministrare il farmaco e scoprire quindi che solo su questi ultimi esso avrebbe avuto efficacia. Tutti gli altri sarebbero guariti comunque anche con un placebo.

Per essere quindi statisticamente precisi e non volutamente "tendenziosi" (e ve lo scrive un laureato cum laude in scienze statistiche) i veri dati di guarigione del farmaco dovrebbero essere quindi riportati così: 47,8-32,6=15,2% in casi di depressione (contro 32,6% del placebo), e via di seguito 30,5-14,5=16% per fobia sociale (contro il 14,5% del placebo), 63-59=4% per attacchi di panico (contro il 59% del placebo), 55,1-35,4=19,7% per disturbi ossessivo-compulsivi (contro il 35,4% del placebo) e infine 63,8-69,6= -5,8%, col segno "meno" davanti, di eutimia (serenità e neutralità) dopo 1 anno dal trattamento col farmaco (cioè quelli che hanno usato il farmaco è più probabile che peggiorino dopo un anno…).

Questo quadro ci dice quindi che i dati ufficiali sfruttano indebitamente l'effetto placebo per farci sembrare il farmaco più potente di quello che in realtà sia… ma in realtà l'effetto placebo può essere più efficace del farmaco! Tutto il Sistema, a partire dalle modalità di test dei farmaci, sembrerebbe studiato apposta per farci credere il contrario… Davvero diabolico!
A questo punto mi chiedo: non avrebbe più senso promuovere una ricerca sui benefici terapeutici dell
’effetto placebo (cioè del potere della mente opportunamente "suggestionata"), piuttosto che su quelli dei farmaci? Cosa ha più effetti collaterali, secondo voi: l’effetto placebo (cioè una opportuna "suggestione" della mente) o un qualsiasi farmaco sul mercato?

Per fortuna qualcuno che studia gli effetti positivi del pensiero, della suggestione, dell'inconscio e del lavoro «interiore» sulla salute esiste già. Uno di questi è il Q Institute, l’istituto che ho fondato a San Marino insieme a Marco Fincati, il cui motto è «Cambiare il mondo, partendo da Sé» e il cui scopo è proprio quello di diffondere conoscenze e tecniche per stare bene e rendersi indipendenti e felici, senza dipendere da altri (e tantomeno dai farmaci): la tecnica più potente tra quelle divulgate dal Q Institute si chiama  RQI (Riequilibrio Quantico Integrato).

L'RQI, attraverso raffinate metodologie di interrogazione dell'Inconscio (nel quale sono raccolte miliardi di informazioni e connessioni che guidano il nostro corpo in oltre 40.000 operazioni al secondo, e quindi gestisce oltre il 95% della  nostra vita), permette di individuare di quali stimoli l'Inconscio necessita per attivare le proprie naturali capacità di auto-guarigione.

L'RQI quindi proprio di interrogare la propria mente inconscia per scoprire di quali stimoli ha bisogno per aiutarci ad auto-guarire - stimoli che sono diversi per ogni problema - producendo quindi volutamente l'Effetto Placebo (gratis e senza effetti collaterali...). 

E' infatti sempre il nostro Inconscio a decide in cosa "credere" per predisporsi ad auto-guarire e l'RQI permette proprio di capire quale trattamento o informazione serva all'Inconscio, scegliendo prima tra i meno invasivi e privi di effetti collaterali.

Per questo tra le migliaia di persone che lo hanno imparato e lo utilizzano ogni giorno, ci sono anche medici e terapeuti di ogni settore.

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OLTRE 10.000 FARMACI IN COMMERCIO: SOLO POCHE DECINE FUNZIONANO DAVVERO

Articolo estratto dal libro "Liberi dal Sistema - La Guida per Cambiare il Mondo Partendo da Sè".
 
Il sistema medico-sanitario dei paesi industrializzati si basa oggi prevalentemente sulla somministrazione di rimedi farmacologici e chimici. Questa è di fatto l’unica opzione che ci viene suggerita in via ufficiale, sebbene poi ce ne siano molte altre (medicina tradizionale cinese, medicina olistica, medicina informazionale...). Oggi i farmaci stanno diventando la proposta di cura e di rimedio alla nostra salute a qualsiasi livello, fisico come psicologico.
Ma siamo davvero sicuri che le soluzioni chimiche farmacologiche siano sempre la cura più adatta?

Il professor Silvio Garattini, fondatore e direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri (un istituto di ricerca italiano che si occupa proprio di ricerche valutative sui farmaci) in un’intervista con Il Messaggero (2005) dichiarò: «Su 8500 farmaci disponibili sul mercato italiano, solo qualche decina è realmente efficace». Il professor Garattini è stato intervistato anche da Marco Pizzuti, autore del libro I mercanti della salute, nel quale vengono spiegati nei dettagli più reconditi la storia e il funzionamento del nostro sistema medico-sanitario. Eccovi un estratto dell’intervista.

Pizzuti: «Durante l’intervista del 2005 lei ha dichiarato che i farmaci veramente utili non sono più di qualche decina. Considerando però che la lista dei farmaci in Italia comprende ormai quasi 10000 prodotti (2012), non è chiaro perché il costo di molti di essi vada a finire sul conto della spesa pubblica. Qual è la sua opinione a riguardo?»

Garattini: «Si tratta spesso di scelte dettate da interessi commerciali che hanno la predominanza sulle esigenze mediche.»

Cosa vuol dire? Vuol dire forse che nel nostro Sistema gli interessi commerciali di chi produce e vende farmaci hanno maggiore influenza del Giuramento di Ippocrate che tutti i medici che noi abbiamo delegato a guarirci dovrebbero sottoscrivere?

Nel 2005 c’erano circa 8500 farmaci in commercio. Sette anni più tardi, nel 2012, il loro numero era salito a oltre 10000. Questo significa che le industrie farmaceutiche hanno continuato a produrre nuovi farmaci, e molti.
Ma se di quegli 8500 farmaci (dato del 2005) soltanto una decina funzionava, perché hanno continuato a mantenerli sul mercato fino al 2012? E soprattutto: siamo sicuri che i farmaci immessi nel mercato più di recente siano veramente nuovi (e non «riciclati»), che curino patologie nuove (patologie reali) e che siano più efficaci di quelli che c’erano prima?

In realtà, spesso i nuovi farmaci non sono altro che una revisione estetica e di proposta commerciale dei farmaci già esistenti.

Pensate stia esagerando? Allora analizziamo i dati di uno studio americano, sempre citato da Pizzuti: «Tra il 1998 e il 2002, dei 415 nuovi farmaci approvati per la vendita sul mercato americano, il 14% presentava qualche effettiva novità rispetto ai già esistenti e il 9% era costituito da farmaci vecchi ai quali erano stati apportati dei miglioramenti significativi».

Ok. 14% + 9% = 23%. E il restante 77%? Sono nuovi o non sono nuovi? E soprattutto: presentano qualche miglioramento o vantaggio rispetto a quelli già precedentemente in commercio? Forse non tutti lo sanno, ma non esiste alcuna norma che costringa l’industria farmaceutica a effettuare comparazioni tra un nuovo farmaco e un farmaco già esistente

Per non rimanere intrappolati nella morsa consumistica che ci ha creato intorno l'industria della salute, interessata a fini di profitto a renderci "dipendenti" da farmaci e fedeli "consumatori"degli stessi, l'alternativa è prima di tutto prevenire e in seconda battuta sfruttare le naturali capacità di auto-guarigione del corpo. Esse necessitano spesso solo dei giusti stimoli, delle giuste frequenze e delle giuste informazioni per rimettersi in moto.

http://www.metodorqi.com/libro.html


Questo è esattamente il principio su cui si basa l'RQI (acronimo di "Riequilibrio Quantico Integrato"), una metodologia semplice e alla portata di tutti, facile da imparare e applicare nella propria vita. E non solo per persone comuni, ma anche per medici e terapeuti che lo stanno integrando nelle loro pratiche.

Ideato dal geniale e dibattuto ricercatore veneto Marco Fincati, l'RQI permette prima di tutto di individuare le vere cause di qualsiasi problema di salute (che per ognuno di noi possono essere diverse) e poi le migliori soluzioni per risolverli, prediligendo tecniche non invasive e prive di effetti collaterali.

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